|
Il dialetto salentino è il dialetto parlato
nel Salento, territorio della Puglia meridionale. Appartiene
alla famiglia delle lingue romanze ed è classificato nel
Gruppo meridionale estremo al pari del siciliano, del
calabrese centro-meridionale e del cilentano meridionale.
L'area del dialetto salentino comprende l'intera provincia
di Lecce, parte della provincia di Brindisi e la parte
orientale della provincia di Taranto.
Storia
Il dialetto salentino si presenta carico di influenze
riconducibili alle dominazioni e ai popoli stabilitisi in
questi territori che si sono susseguite nei secoli: messapi,
greci, romani, bizantini, longobardi, normanni, albanesi,
francesi, spagnoli
Si tratta, ad ogni modo, di una parlata romanza, che in
tutto il medioevo fu contrapposta ai dialetti ellenofoni,
diffusisi a seguito dello stanziamento di greci nella
regione favorito dall'Impero Bizantino. Tali parlate diedero
vita per secoli ad una sorta di area bilingue, di cui oggi
abbiamo ancora testimonianza nell'area della Grecìa
Salentina.
Il lessico salentino ha preso molti prestiti da altre lingue
romanze (spagnolo e francese), risentendo solo marginalmente
dell'influsso dei dialetti greci già citati. Parole e
costrutti presenti nel salentino e chiaramente riferibili
alla lingua greca, in alcuni casi, sono riconducibili
direttamente al periodo della Magna Grecia, piuttosto che
alla successiva dominazione bizantina. Significativa a tal
proposito è la parola "melagrana", che in salentino suona
sita, un termine che sembra legato più al greco antico
“sida” che non al moderno “ρόδι" [rodi], a cui invece si
avvicina il griko “rudi”.
Le prime tracce scritte del dialetto salentino, a noi
pervenute, risalgono all'XI secolo: si tratta di 154 glosse,
scritte con caratteri ebraici, contenute in un manoscritto
conservato a Parma, la cui datazione si fa risalire intorno
al 1072, proveniente da una accademia talmudica di
Otranto[1]. Il salentino usato nelle glosse è ancora in
bilico fra latino e volgare, con parecchi grecismi. Alcune
di esse specificano nomi di piante, talora chiaramente
identificabili (lenticla nigra, cucuzza longa, cucuzza
rutunda, ecc.), talora no (tricurgu, scirococcu, ecc.).
Altre glosse specificano le diverse operazioni che si
possono fare nella coltivazione (pulìgane: "tagliano le
sporgenze dell'albero"; sepàrane: "staccano le foglie
secche"; assuptìgliane: "coprono di terra fine le radici che
si sono scoperte")[2].
Caratteristiche
Il salentino ha con il calabrese e con la lingua siciliana
evidenti affinità (su tutte la mancata riduzione della
vocale finale e), mentre si differenzia nettamente dal resto
dei dialetti pugliesi.
La distinzione con il dialetto barese si ritrova soprattutto
nella fonetica: il dialetto salentino conserva inalterati la
gran parte dei fonemi latini, mentre il barese tende a
rendere le “s” in “z” e i gruppi latini “nt”, “nc”, “mp”
rispettivamente in “nd”, “ng”, “mb”.
Una particolarità fonetica è la trasformazione del gruppo
“ll” in “ḍḍ” o "dd" (leccese “cavaḍḍu” o brindisino "cavaddu"
per “cavallo”), mentre manca nel salentino, ma anche nei
dialetti pugliesi di transizione, l'assimilazione di "ld" in
"ll" ("caldo" diventa càutu a Lecce, càvete a Taranto e a
Ostuni, ma calle Martina Franca).
La trasformazione del gruppo latino str in sc (nostra viene
reso con noscia), tipica solo della variante leccese, così
come la presenza di alcuni suoni invertiti (ṭṛ - ḍ) -
presenti anche nella Calabria meridionale e in gran parte
della Sicilia - fa sospettare la presenza di un substrato
non indoeuropeo. Allo stesso modo si può spiegare la mancata
assimilazione da Lecce in giù di "nd" in "nn" e "mb" in
"mm", alterazioni consonantiche riferibile all'influenza
umbro-sannitica e del resto comune a quasi tutti i dialetti
della penisola, dalle Marche alla Sicilia (così nel
salentino centro-meridionale "mandorla" viene reso con
mèndula in luogo di mennula).
Da un punto di vista sintattico, al pari di tutti i dialetti
italiani meridionali estremi, il salentino possiede due
complementatori distinti "cu" e "ca" (dal latino quod/quid e
quia) che traducono l'italiano che. Si utilizza cu per
introdurre frasi ingiuntive, volitive o ottative (m'è dittu
cu bau: "mi ha detto che devo andare / mi ha detto di
andare"); in questa costruzione è evidente l'influenza
greca/bizantina (να + congiuntivo), tanto più che non esiste
la corrispondente costruzione romanza col verbo
all'infinito. Il complementatore ca viene utilizzato negli
altri casi (m'è dittu ca stàe buenu: "mi ha detto che sta
bene"). L'esistenza di due complementatori è una
caratteristica anche dei dialetti pugliesi di transizione,
come il tarantino, mentre è assente negli altri dialetti
meridionali.
Di influenza greca è anche la tendenza a inserire il verbo
in finale di parola ("Ecco, è il dottore!" - Να, ο γιατρός
είναι! [Na, o yatròs ine!] in greco moderno, Na, o messere
ène! in griko, Na, lu tuttore ete! in salentino).
Altra caratteristica è la costruzione dei tempi progressivi
utilizzando l'indicativo invece del gerundio (sta bae o sta
vae: "sta andando"; sta scìa: "stava andando").
Come nel siciliano non esiste il tempo futuro, sostituito
dal verbo avere + infinito ("Tuo cugino verrà domani" in
siciliano diventa To cucinu av’a bbèniri dumani, in
salentino Cucìnuta ha bbinìre crài).
Le varianti del salentino
Come la maggior parte dei dialetti italiani, anche il
salentino non si presenta con caratteristiche standardizzate
e univoche, ma al contrario capita sovente che ogni paese
abbia sviluppato costrutti ed espressioni fonetiche
particolari che differenziano il dialetto del luogo da
quello dei comuni circonvicini. Tuttavia, pur nella grande
varietà oggettivamente presente, si possono individuare due
gruppi principali: i dialetti salentini a nord dell'istmo
messapico[3], come il brindisino, e quelli a sud, come il
leccese o il gallipolino.
Analizzando invece i fenomeni metafonetici, ossia
l'influenza delle vocali finali latine atone -ī e -ŭ sulla
vocale tonica precedente, si possono individuare tre zone
distinte: il sistema del salentino settentrionale con
cambiamenti metafonetici simili a quelli del sistema
napoletano, il sistema del salentino centrale con
trasformazioni metafonetiche solo parziali e il sistema del
salentino meridionale (a sud della linea
Gallipoli-Maglie-Otranto), che non presenta mutazioni
metafonetiche. Il fenomeno della metafonia è un'innovazione
esterna che ha avuto una diffusione graduale dal nord verso
il sud del Salento ed è tuttora in continua espansione: in
provincia di Lecce, i paesi a nord e a ovest del capoluogo
(perfino Nardò) ammettono già molte delle mutazioni
metafonetiche tipiche del salentino settentrionale.
Differenze territoriali
Il territorio in cui si parla il meridionale estremoNel
salentino centro-meridionale, la o, sia essa accentata o
meno, si chiude in u (ad esempio ora diventa “ura”, sole
diventa "sule") mentre la e accentata viene chiusa in i
(sita “seta”, site “sete”). Nel salentino più
settentrionale, Mesagne, Oria, Erchie, Torre Santa Susanna
nella provincia di Brindisi, e Manduria, Sava, Maruggio,
Avetrana, Lizzano, Fragagnano, Torricella, Pulsano, e San
Giorgio Jonico nella provincia di Taranto, si chiude in i
anche la e che si trova in finale di parola e in genere la e
non accentuata (reggere diventa “résciri”, Benedetto "Binidittu“).
Un'altra differenza nel dialetto delle due province è il
gruppo "ll" che nella zona di Brindisi si trasforma in "dd"
mentre a Lecce "ḍḍ".
Il salentino parlato in alcuni paesi dell'area bilingue
della Grecìa Salentina, tra cui Martano, Corigliano
d'Otranto, Castrignano de' Greci, Soleto, Zollino e in altre
località come Aradeo, è caratterizzato dall'uso frequente
del passato remoto anche per azioni appena compiute, a
differenza degli altri paesi del Salento, dove, anche per
influenza dell'italiano, si usa più spesso il passato
prossimo. Tale particolarità, che avvicina sensibilmente il
dialetto di questi paesi al siciliano, deriva dal greco che,
come nell'inglese moderno, usa il passato remoto (aoristo)
per le azioni compiute e concluse nel passato, anche
recente, e che quindi non hanno conseguenze nel presente. Ad
esempio, la frase "oggi è andato al mare" - che nel
salentino di Lecce diventa osce è sciùtu a mmare - viene
reso in queste zone osci scìu a mmare, ossia “oggi andò al
mare” (confronta il griko Sìmmeri pìrte sti ttàlassa e il
greco moderno Σήμερα πήγε στη θάλασσα / sìmera piye sti
thàlassa).
La variante del salentino parlata a Gallipoli, nonostante
per posizione geografica dovrebbe collocarsi nella fascia
del salentino meridionale, in realtà - complice la vocazione
marinaresca e commerciale della città - la parlata locale è
stata influenzata maggiormente dagli altri dialetti
meridionali e presenta delle caratterisiche comuni sia al
sistema del salentino settentrionale sia a quello centrale.
Esempio: "Tutti l'ommini tu mundu nascene libberi e li
stessi pe' dignitate e diritti. Tutti tenene capu e cuscenza
e tocca 'sse comportene comu frati l'uni cu l'aḍḍi."
Il salentino come lingua
Molti linguisti riconoscono alcuni dialetti parlati in
Italia come delle lingue strutturalmente differenti
dall'italiano, quindi non dei dialetti, bensì delle vere e
proprie lingue. Si tratta di lingue parlate prevalentemente
nell'Italia Meridionale e Settentrionale, compreso il
Salento. L'UNESCO ha inserito il salentino nel Libro Rosso
Unesco delle lingue in pericolo.
|